USA: Meta raggiunge un accordo transattivo nella causa californiana per la dipendenza da social e i danni alla salute dei minori causati da Facebook e Instagram

di Fabrizio Lala e Alessandra Carisio

Il 26 agosto scorso, la giudice Yvonne Rogers, della District Court of the Northern District of California ha approvato l’accordo raggiunto tra Meta e 29 Stati USA che avevano agito contro l’azienda titolare di Facebook e Instagram per i danni arrecati ai bambini e adolescenti attivi su Instagram e Facebook.

La causa e le prime reazioni all’accordo

La causa riguarda la dipendenza comportamentale ingenerata da Meta negli utenti minori e i danni fisici e mentali derivati, conseguenza delle modalità di funzionamento di Facebook e Instagram.

Migliaia di documenti interni all’azienda (pubblicamente disponibili, ad es. sul sito Meta’s Internal Research), dimostrano anche la piena consapevolezza dei dirigenti Meta con riguardo ai rischi e ai danni derivanti dal funzionamento dei propri social.

L’accordo raggiunto prevede il pagamento, suddiviso in dieci anni, di una somma in favore degli Stati (che potrà raggiungere quasi 18 miliardi di dollari) oltre a modifiche nei sistemi delle piattaforme, volti a rendere più sicura l’esperienza dei minori.

Rob Bonta, procuratore generale dello Stato della California ha lodato l’accordo, giudicato come “un primo passo verso la tutela dei nostri ragazzi. È un cambiamento epocale. È un momento di svolta”.

Non tutti sono d’accordo però. Ad esempio, secondo il Procuratore generale della Florida, che ha respinto la transazione, “i risarcimenti sono irrisori rispetto ai gravi danni causati ai bambini dalle funzionalità di Meta, progettate per creare dipendenza e orientate al profitto, e rappresentano solo una bacchettata sulle mani per un’azienda da un trilione di dollari che spenderà più soldi per gli avvocati che per gli Stati. Ci vedremo in tribunale”.

Molto critico anche il procuratore generale del New Mexico, forte delle recenti pronunce sempre nei confronti di Meta – in un caso focalizzato sui gravi rischi di adescamento di minori, sempre legati al funzionamento e alle impostazioni delle piattaforme – il quale ha affermato che le misure previste nell’accordo californiano sono in alcuni casi meno protettive di quelle già disposte nello Stato. La condanna inflitta a Meta in New Mexico infatti già obbligava Meta a modificare il funzionamento del tempo di utilizzo ed altre impostazioni delle sue piattaforme. Inoltre, la giuria ed il giudice hanno condannato l’azienda al pagamento di quasi un miliardo di dollari (942 milioni).

Il pragmatismo di Zuckerberg: pagamento dilazionato, misure correttive tutte da verificare

Senza dubbio, la transazione è una mossa pragmatica dell’azienda, evidentemente diretta ad evitare il rischio di conseguenze più gravi per Meta, la sua reputazione e il suo futuro: evitare la testimonianza sotto giuramento dei suoi principali dirigenti e il probabile danno di immagine che ne deriverebbe. Soprattutto, l’accordo consente di scongiurare il rischio di un esborso molto più gravoso (molti Stati avevano valutato il danno intorno ai 200 miliardi!) e di una condanna che preveda modifiche alle piattaforme più radicali, meno graduali e nemmeno negoziate con la controparte.

L’accordo in questione infatti si estrinseca in un documento di ben 130 pagine, che dettaglia ognuna delle misure concordate.

In sintesi, Meta si è impegnata da un lato al pagamento di un importo in favore degli Stati USA, come evidenziato dai principali mezzi di informazione in tutto il mondo.

Dall’altro, l’accordo prevede la modifica di varie impostazioni di Instagram e Facebook per renderle più protettive per i minori, soprattutto per gli under 13. A partire da un controllo dell’età degli utenti (age assurance) per valutare la loro fascia anagrafica, con strumenti da adottare entro un anno.

Le misure includono, a tutela degli adolescenti, un limite giornaliero di due ore tra Instagram e Facebook, un blocco notturno delle app, una sospensione delle notifiche in orario scolastico, la possibilità di adottare un feed non basato sulla profilazione algoritmica, la non visibilità dei like, l’indisponibilità di filtri estetici estremi e un incremento dei controlli parentali.

L’efficacia di queste misure sarà tutta da verificare nel corso dei prossimi mesi ed anni, tenuto conto altresì che non è certo la prima volta che si legge di interventi di questo tipo da parte dell’azienda di Menlo Park. Purtroppo per gli utenti di Instagram e Facebook infatti, in passato molto spesso le misure annunciate non hanno sortito gli effetti promessi.

Si pensi ad esempio a quanto emerso con la testimonianza del direttore di Instagram, Adam Mosseri, resa proprio all’inizio del processo in esame, prima che intervenisse l’accordo transattivo. Come dichiarato da Mosseri, “Take a Break”, la principale funzione lanciata da Instagram per contrastarne l’uso eccessivo da parte degli adolescenti, è stata utilizzata solo dall’1,8% dei ragazzi. Un dato emerso solo nel corso del processo e che rende l’idea del modus operandi dell’azienda: fornire strumenti teoricamente diretti ad intervenire sul problema, senza però curarsi della loro effettiva incisività! L’impressione è che l’azienda sia più interessata alla pubblicità positiva legata al lancio della nuova funzione che alla sua reale efficacia.

Meta non nega più i danni dei social e spinge i suoi concorrenti a sottoscrivere le stesse condizioni per “il sostegno degli adolescenti”

Fino ad ora Meta aveva sempre negato ogni addebito. L’accordo segna un cambio di rotta ben sintetizzato dalle parole della ex dipendente Meta e whistleblower Kelly Stonelake: “Per anni Meta ha sostenuto che chi sollevava queste problematiche avesse torto, che i suoi prodotti fossero sicuri e che ci si potesse fidare della sua capacità di autoregolamentarsi. Oggi ha accettato di modificare tali prodotti e ha dichiarato che il resto del settore dovrebbe fare lo stesso”.

Questa folgorazione sulla via di Damasco non appare come un’improvvisa presa di coscienza, quanto piuttosto come un calcolo accurato dei pro e contro, non solo per limitare concretamente i danni, ma anche per tentare di accreditarsi agli occhi dell’opinione pubblica come guida, questa volta in positivo, del mercato dei social – nonostante tutto e nonostante le infinite prove della piena consapevolezza dei danni ai minori causati dal funzionamento di Instagram e Facebook agire!

Meta ha persino pubblicato un blog post dal titolo “Lettera aperta a TikTok e YouTube per unirsi a noi nel sostegno agli adolescenti”, dopo aver già espresso lo stesso concetto nel divulgare i principali termini dell’accordo raggiunto (“Our Agreement With Bipartisan Attorneys General: Calling on TikTok and YouTube to Join Us in Supporting Teens”).

L’invito ad adeguarsi rivolto ai competitor è supportato da una leva di non poco conto, inclusa nell’accordo transattivo: le misure a protezione dei minori proposte da Meta diverrebbero più stringenti se TikTok me YouTube accettassero di adottarle anche loro.

Si prenda il limite di tempo per i minori di 16 anni: dalle due ore complessive tra Instagram e Facebook, si passerebbe ad un’ora per piattaforma.

Per ora, non sembra che l’opera di persuasione morale di Meta stia dando i suoi frutti: YouTube ha dichiarato che non intende aderire all’accordo, mentre pare che TikTok abbia bloccato le pubblicità che la stessa Meta avrebbe voluto pubblicare sulla piattaforma cinese. Ironicamente, il messaggio sarebbe stato giudicato contrario alle proprie policy da parte di TikTok… La mancata partecipazione alla transazione da parte degli altri due convenuti avrebbe da un lato l’effetto di cristallizzare misure insoddisfacenti (un limite giornaliero di due ore, che occorrerà vedere se e come verrà fatto rispettare, può seriamente ritenersi una soluzione?) e di far risparmiare a Meta circa 5 dei 18 miliardi promessi nella transazione. Insomma, si potrebbe dire, tutto calcolato.

La transazione non definisce la questione: le altre cause in USA, la class action di MOIGE in Italia … e la Commissione UE?

In USA e in Europa, si è dato un gran risalto alla notizia della transazione della causa californiana.

Alcuni important aspetti sembrano però esser stati tralasciati.

Il primo: la transazione non ha certo messo fine al contensioso contro i social in USA. Vi sono infatti ancora migliaia di cause pendenti, la principale delle quali risulta quella promossa da circa 1.400 distretti scolastici (anche contro alter aziende: TikTok, SnapCchat, YouTube). Anche in questo caso, i ricorrenti fanno valere i danni alla salute mentale dei minori causati dal modello di business di Meta, basato sull massimizzazione del tempo trascorso sulle piattaforme.

Sussistono anche migliaia di azioni risarcitorie promosse da singoli individui.

In Europa, tra le cause pendenti spicca l’azione inibitoria collettiva promossa da MOIGE in Italia, presso il Tribunale di Milano, la cui prossima udienza si terrà il 19 novembre 2026.

Con essa si chiede ai Giudici milanesi, a beneficio di tutti gli utenti attuali e potenziali in Italia di Instagram, Facebook e TikTok di obbligare sia Meta che TikTok:

  • ad introdurre una reale verifica dell’età degli utenti, presupposto indefettibile per poter proteggere i minori – non facendo accedere chi non abbia ancora raggiunto l’età minima e tutelando comunque gli adolescenti non ancora diciottenni;
  • a modificare le impostazioni delle piattaforme eliminando tutti i sistemi dannosi per i minori, come lo scroll infinito, l’autoplay, le notifiche incessanti, nonché
  • ad informare i cittadini italiani sui rischi che derivano dall’uso dei social di Meta e TikTok, a partire dal rischio di dipendenza.

La transazione della causa statunitense instaurata dai procuratori statali può senz’altro avere riflessi positivi anche per i giovani italiani ed europei.

In primo luogo, attesta che nonostante tutto, Meta fosse perfettamente consapevole della bontà delle tesi dei ricorrenti. Del resto, queste si basano sull’osservazione della triste realtà – che vede un generale peggioramento della salute mentale dei minori e delle loro stesse capacità di apprendimento e concentrazione, come confermato in modo sempre più dettagliato dalla letteratura scientifica.

Dimostra altresì la necessità di modificare le impostazioni dei social, per tutelare i minori e per rovesciare il paradigma che ad oggi vede ancora al primo posto la monetizzazione del tempo dei minori, e della persona in generale.

In questo senso, l’azione inibitoria di MOIGE è unica nel far valere il diritto ad una crescita sana dei minori, sacrificato per troppi anni sull’altare della monetizzazione della loro attenzione.

Ricordiamo poi che in Europa risultano anche pendenti da oltre due anni i procedimenti instaurati dalla Commissione UE ai sensi del Digital Services Act, regolamento che fissa norme ad hoc per le piattaforme di grandi dimensioni come Facebook, Instagram, TikTok. L’auspicio in questo senso è che l’UE sia capace di tenere la barra dritta nell’attuale situazione, forte di questa prima concessione di Meta. Per ora, in verità è apparsa un po’ timida la reazione della Commissione, che attraverso il proprio portavoce Thomas Regnier ha dichiarato che “Meta deve proteggere anche i nostri bambini”, che l’azienda “sa che cosa vogliamo” e che “la palla è ora nel suo campo”.

Forse occorrerebbe prendere atto in modo più realistico dei fatti: Meta ha deciso di trovare una soluzione per la causa californiana perché messa alle strette per evitare di vedere nuovamente Zuckerberg sul banco degli imputati (almeno in quella causa!) e per evitare guai peggiori.

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