Questa donna è pericolosa!

di Stefano Commodo

Giovedì 29 ottobre, il sig. Thomas Regnier, oscuro portavoce dell’Esecutivo comunitario per il Digitale, compare davanti ai microfoni dei giornalisti e sgancia una vera bomba: la Commissione chiede agli Stati membri di rinviare per 12 mesi ogni intervento sulle materie della proposta di Kids Act, con cui la Commissione pensa di creare una cornice finalizzata a rendere omogenea la normativa degli stati membri sull’accesso dei minori ai social.

Il portavoce per motivare il rinvio ha spiegato: “abbiamo avanzato una proposta molto chiara, che prevede un approccio graduale e l’obbligo di integrare la sicurezza fin dalla fase di progettazione (safety by design) per tutti i servizi online. La nostra proposta armonizza le norme per garantire che tutti i minori nella’UE godano di un pari livello di protezione, poiché un problema europeo richiede una risposta europea unitaria. Per questo motivo, posso confermare oggi che la Commissione ha deciso di rinviare di 12 mesi l’iter di qualsiasi progetto di legge nazionale che si sovrapponga alle future norme armonizzate…….. È assolutamente fondamentale per evitare una frammentazione del nostro mercato interno e per salvaguardare il lavoro dei nostri colegislatori. Dobbiamo ora concentrarci sui negoziati relativi al Eu Kids Act e garantire un’efficace applicazione delle nostre norme”.

L’iniziativa della Commissione – se confermata – rappresenta un vero “colpo di stato di stato” istituzionale, in palese violazione dei trattati UE che riservano agli stati membri la tutela della “salute”. E qui c’è una parte del problema perché non sempre la “salute” viene valorizzata come parte significativa del fenomeno social, che invece viene considerato come mero aspetto industriale e correlato ad aspetti quali l’accesso al mercato interno dei servizi dell’informazione. La scelta non è neutrale, perché consente alla Commissione di tenere in mano il bastone di comando per poi gestire il relativo dossier con la mancanza di trasparenza tenuta sino ad ora, con una vicinanza agli interessi della Big Tech che deve preoccupare tutti i cittadini europei  e soprattutto allarmare i legislatori nazionali, di fatto espropriati del potere – riconosciuto loro dai Trattati UE – di tutelare la salute dei propri cittadini.

L’annuncio prima del Kids Act e la richiesta ora di rinvio degli interventi nazionali, sono davvero un bel regalo alle Big Tech dopo anni di legislazione inutilmente ridondante e contraddittoria (GDPR, DSA, DSM ecc), che hanno consentito sino ad ora alle piattaforme social di prosperare sottraendosi ad ogni obbligo. Tutti abbiamo conoscenza delle evidenze scientifiche e di fatto che dimostrano la dannosità dei social per i minori e per le famiglie, confermata dalle conclusioni preliminare dei procedimenti mossi nei confronti di Meta e di TikTok dalla stessa Commissione, procedimenti peraltro non trasparenti ed interminabili, a beneficio di chi nel frattempo fattura  centinaia di miliardi di dollari ogni anno.

La stessa presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, presentando la proposta di Kids Act ha dichiarato: “Oggi, i nostri bambini si impegnano con le tecnologie più sofisticate mai create. Tecnologia che non è mai stata creata con il loro benessere in mente. Il nostro KIDS Act sta invertendo l’onere della prova – è per le piattaforme dimostrare che sono al sicuro per progettazione. E rimettiamo i genitori al posto di guida, dando loro gli strumenti per aiutare i loro figli a navigare in un mondo online più sicuro.”

Allora perché continuare in discussioni inutili a fronte dell’evidenza accertata del problema,  rinviando ancora un intervento concreto a tutela dei minori? Ed ora impedire anche agli stati membri di intervenire a tutela della salute dei propri cittadini più fragili e delle loro famiglie?

Tutto questo mentre negli USA le Big Tech subiscono condanne miliardarie o offrono accordi miliardari pur di evitare condanne. C’è da temere che le autorità europee subiscano l’efficace lavoro dei 4000 e più di lobbisti delle Big Tech e che con loro vogliano sviluppare quei “negoziati relativi” cui fa cenno il portavoce Regnier nella sua dichiarazione, invece di operare con trasparenza nelle sede istituzionali.

E’ infatti notorio che le imprese statunitensi superano quelle europee sia nel numero di incontri con i responsabili politici dell’Unione sia nella spesa dichiarata per il lobbying, come afferma un’analisi del Financial Times basata sul registro per la trasparenza dell’Unione europea e sui database degli incontri della Commissione e del Parlamento europeo, condotta sul periodo successivo alle elezioni europee del giugno 2024 e riportata da focuseurope.it.

Così, mentre il mondo reagisce alla dannosità dei social (limite di 15 anni in Francia, Grecia, Australia; class action risarcitorie in vari Paesi; condanne o accordi per miliardi) la Commissione Europea trascina procedimenti inutili e promette interventi che non fa!

Pur potendo con un Regolamento di pochi e chiari articoli mettere in sicurezza la salute di milioni di bambini e di adolescenti, li lascia nelle grinfie dei loro persecutori, dimenticando e disapplicando nei fatti l’art. 8 del GDPR, che vieta già l’accesso ai social per i minori di sedici anni,

Auspichiamo che la Commissione possa smentirci, dimostrando la propria indipendenza e che non è vero che le grandi aziende tecnologiche statunitensi hanno un’influenza sproporzionata sulle istituzioni europee.

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