Momento cruciale per le azioni legali verso le piattaforme social: le decisioni in New Mexico e a Los Angeles

di Alessandra Carisio

Il mese di marzo ha segnato un momento cruciale per il futuro di tutte quelle azioni legali che chiamano alcune delle più importanti aziende del settore, quali Meta, TikTok o Google a rispondere delle conseguenze dannose per gli utenti derivanti dall’uso delle loro piattaforme. Due decisioni statunitensi di cruciale importanza hanno visto Meta condannata a risarcimenti significativi per i danneggiati e hanno così costituito un precedente destinato a condizionare il proseguimento non solo di altre cause negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo.

Il 24 marzo, il tribunale civile di Santa Fe, in New Mexico ha condannato Meta ad un risarcimento di 375 milioni di dollari per non aver protetto gli utenti minorenni dagli adescamenti online. L’accusa era di averli messi in pericolo esponendoli non solo a contenuti inappropriati, ma anche a predatori sessuali.

Il dato più allarmante emerso dal processo è che l’azienda Meta fosse a conoscenza della possibilità che alcuni dei suoi utenti minori potessero essere contattati da predatori e non avrebbe comunque fatto tutto il possibile per evitarlo. Tale circostanza si inserisce nel più ampio dibattito internazionale sulla tutela dei minori online e sugli obblighi di diligenza delle piattaforme digitali.

Il giorno successivo, il 25 marzo, si è concluso un altro processo contro Meta, forse ancor più rilevante del primo, in cui il giudice ha condannato l’azienda a risarcire circa 2 milioni di dollari a una giovane cittadina, la quale aveva accusato la piattaforma di averle causato depressione ed ansia in adolescenza, oltre ad una dipendenza dalla piattaforma Instagram. Inizialmente l’azione era stata intrapresa nei confronti di quattro soggetti: Meta, Google (per la piattaforma YouTube), Snapchat e TikTok, tuttavia le ultime due aziende sono uscite di scena prima dell’inizio del processo firmando un accordo riservato con l’attrice, al fine di evitare poi quello che si è verificato: la consolidazione di un precedente di cui queste piattaforme non riusciranno a liberarsi con facilità – ed è giusto che ciò non accada.

Si tratta di un verdetto che rappresenta un significativo punto di svolta: il riconoscimento dell’additività di queste piattaforme da parte di Corti dalla così alta risonanza mediatica ribalta completamente gli schemi potendo potenzialmente segnare la fine dell’era dei social media così per come li conosciamo, o quantomeno imporre una loro profonda revisione regolatoria e progettuale. Le altre Corti statunitensi avranno ora un precedente a cui rifarsi nelle loro decisioni, mentre le Corti del resto del mondo potranno ispirarsi a questa decisione e prendere anche loro forti posizioni rispetto alle condotte illecite messe in atto dai social media.

La sentenza di Los Angeles include alcuni elementi di fondamentale importanza, che ricorrono come punti chiave in molte delle numerose azioni in corso contro quest’azienda, inclusa quella intrapresa dal MOIGE, la cui prima udienza sarà a Milano il 14 maggio.

Innanzitutto viene posta bene in chiaro la sussistenza di un comportamento negligente da parte di Meta nella progettazione delle sue piattaforme. Gli algoritmi di queste piattaforme creano dipendenza e l’azienda Meta non ne è solo a conoscenza – come è emerso da alcuni documenti interni – ma risulta aver perseguito attivamente questo obiettivo: la massimizzazione del tempo online degli utenti coincide infatti con la massimizzazione dei profitti per l’azienda, secondo un modello economico basato sull’economia dell’attenzione ampiamente analizzato anche in letteratura accademica e nei più recenti report istituzionali.

Queste decisioni sono caratterizzate da un forte cambio di approccio al tema delle responsabilità delle piattaforme per i danni che gli utenti subiscono utilizzandole. L’elemento centrale, emerso nella causa statunitense, è che l’attenzione si è spostata sull’algoritmo, dunque sul prodotto stesso. Infatti, nonostante sia vero che le piattaforme social funzionano come un contenitore che gli utenti vanno a riempire ed animare, è altrettanto vero che sia sempre l’azienda stessa – tramite l’adozione di un determinato algoritmo – a determinarne il funzionamento e a gestire la circolazione e la distribuzione dei contenuti. Non si tratta dunque di affermare che Meta sia responsabile della pubblicazione di uno specifico contenuto, ma che è responsabile di quali utenti lo visualizzano, della sua (eccessiva) circolazione e delle conseguenze dannose che la visualizzazione di questo può provocare, dal momento che risulta ormai impossibile definire le piattaforme social come hosting provider neutrali.

Un altro tema chiave di questa sentenza è l’affermazione di una mancanza costante di informazione proveniente da queste aziende sui rischi effettivi derivanti dall’utilizzo dei loro servizi, che, come già detto, costituisce un dato pacificamente conosciuto da chi le piattaforme le gestisce e progetta, rafforzando così le argomentazioni relative alla violazione degli obblighi di trasparenza e informazione nei confronti degli utenti, in particolare se minorenni.

Ebbene ora resta solo da vedere quali saranno le prossime mosse delle altre Corti che si troveranno a decidere su questi temi e quale invece sarà la reazione degli Stati e delle istituzioni europee, internazionali e sovranazionali, alcune delle quali già da prima di queste decisioni avevano iniziato a muoversi in una direzione affine.

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